La concezione schiavistica del lavoro moderno

 

Pubblicato per la prima volta nel 1935, L’elogio dell’ozio del filosofo e matematico Bertrand Russel rimane un’opera straordinariamente attuale. La massima “l’etica del lavoro è l’etica degli schiavi e il mondo moderno non ha bisogno di schiavi” racchiude tutte le contraddizioni della moderna organizzazione e ripartizione del lavoro.

Lo sviluppo della tecnica e della digitalizzazione ci consentono ormai da tempo un alleggerimento dell’orario di lavoro ai fini produttivi, che consentirebbe al lavoratore di disporre di una quantità di tempo libero da dedicare alla propria vita personale. Eppure, ad eccezione di alcuni casi isolati e sperimentali di riduzione dell’orario di lavoro, si continua a ragionare in un’ottica di coercizione e controllo, per la quale l’operato del lavoratore viene infondatamente valutato in base al tempo speso nel contesto lavorativo. Questa è l’etica schiavistica, per cui il lavoro è riconosciuto come puro dovere, valutato non in base alla produttività ma allo zelo e al sacrificio fine a se stesso dimostrati.

L’antropologo americano David Graeber ha coniato il termine bullshit job, con riferimento a tutti quei lavori inutili, privi di senso, non finalizzati alla produzione ma se stessi e che trasmettono un senso d’inutilità, più o meno consapevole, nelle persone che li svolgono. Non solo alcuni tra i famigerati lavoratori della pubblica amministrazione, ma anche consulenti per le risorse umane, coordinatori delle comunicazioni, avvocati societari e, in generale, tutte quelle attività che richiedono come condizione obbligatoria una presenza sottoposta al controllo temporale.

 

Alla base di tali paradossi dell’attuale sistema organizzativo vi è una concezione colpevolizzante e stigmatizzante dell’otium e l’incapacità dell’uomo moderno di disporne, suggestionato da una propaganda che elogia l’operosità, lo spirito di sacrificio e di abnegazione fini a se stessi. Vi era anticamente, afferma Russel, una capacità di spensieratezza e di giocosità che è stata in buona misura soffocata dal culto dell’efficienza.

Bisogna riconoscere che mentre un po’ di tempo libero risulta piacevole ai più, molte persone non saprebbero come riempire le loro giornate se lavorassero solo poche ore al giorno. Come spiega Keynes nel suo Prospettive economiche per i nipoti (1930) per chi suda il pane quotidiano il tempo libero è un piacere agognato: fino al momento in cui l’ottiene.

Per l’uomo comune, privo di particolari talenti, il problema di darsi un’occupazione è pauroso, specie se non ha più radici nella terra e nel costume o nelle convenzioni predilette di una società tradizionale

Il problema di come occupare il tempo libero, come impegnare la mente e canalizzare in modo benefico la propria energia vitale non è affatto banale. Trovare un’occupazione capace di esprimere e indirizzare il dinamismo e la predisposizione all’azione, di cui ogni individuo dispone in quantità e qualità variabile, è un compito difficile quanto necessario.

Per imparare a godere del tempo libero e restituire ad esso la dimensione originaria ormai perduta occorre dunque riscoprire le tradizioni e le radici culturali e comunitarie.

Ilaria Bifarini, La riscoperta comunitaria 

2 comments On La concezione schiavistica del lavoro moderno

  • Il colmare il tempo di una giornata diventa una occasione per coltivare noi stessi, magari in una domenica piovosa, in un contesto di malattia o infortunio o nel tempo della pensione.
    La nostra vita meriterebbe ben altro, dare il senso alla propria vita, risponde in parte a domande esistenziali che spesso hanno un valore consolatorio, che invece meriterebbero il valore di una vita dedicata e sarebbe una vita ben spesa.
    In un contesto sociale la cultura dell’introspezione come materia educativa di scuola permetterebbe a molti di noi di evolvere e vivere una vita non limitata alla sopravvivenza, e certamente ad una vita proiettata in un contesto evolutivo della nostra esistenza. Noi dobbiamo ancora avere un contesto culturale sociale in cui si possa misurare e conoscere il limite della nostra evoluzione, non certo in un contesto di mistificazione del nostro corpo e della nostra coscienza inseriti a forza in primitivo cip elettronico di involuzione.
    Il nostro pensiero evoluto può lavorare in parallelo in un contesto non locale ed intuire se proprio non apprendere le meraviglie di tutto ciò che ci circonda ed essere integrato e parte del tutto in una meravigliosa sintonia di comunicazione che va al di là dei nostri sensi fisici che al fine ti fa capire che l'”esigenza di riempire una giornata non ti appartiene piu e troverei che il tempo per questa meravigliosa avventura della vita non è mai abbastanza.

  • Purtroppo la persona è ridotta sempre più a individuo controllabile con i crediti sociali cinesi o con le app superisionanti dell’occidente globalizzato: il destino della persona programmata come anello di un macroingranaggio sembra sempre più vicino, concretizzando la distopia orwelliana. Il sistema non vuole persone libere e pensanti, ma esecutori-consumatori da gestire attraverso crediti sociali e profilazioni sempre più perfezionate, che consentono di fabbricare letteralmente i comportamenti, standardizzandoli sempre di più. E’ il disegno diabolico delle oligarchie dominanti. L’unica possibilità di sfuggire alla moderna alienazione spersonalizzante è quella di rendere di nuovo le persone capaci di pensare grazie a una riconquista di un’autonomia e indipendenza personale che passi attraverso il recupero del rapporto con la terra e con la comunità locale, come afferma Lei in conclusione: “Per imparare a godere del tempo libero e restituire ad esso la dimensione originaria ormai perduta occorre dunque riscoprire le tradizioni e le radici culturali e comunitarie.” Un grazie sempre e un caro saluto.

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