Un futuro migliore

In questa puntata di Coffee Break su La7 viene affrontato il tema dell’ecologia. L’ambiente è la nostra casa e abbiamo il dovere di rispettarlo e salvaguardarlo. Per farlo dobbiamo rivedere completamente l’attuale modello di capitalismo iperconsumista, predatorio e irrispettoso del pianeta. Occorre ritrovare il lato umano dell’economia e prospettare un futuro migliore: abbiamo a disposizione tutti i mezzi per farlo, serve solo una concreta volontà politica e collettiva.

2 commenti On Un futuro migliore

  • Sempre interessante ed istruttivo ascoltare Ilaria Bifarini. Grazie,

  • Sono piuttosto pessimista. Da molto tempo, mi sono convinto che le conseguenze, le più nefaste, del sistema economico capitalistico non siano degli effetti collaterali, più o meno messi in conto e accettati dai padroni di esso, ma rientrino fra le sue primarie finalità. La sproporzione fra il potere di acquisto già accumulato e i beni e le risorse “acquistabili”, oltre al fatto che la pressoché totalità di tali risorse sono già nell’esclusiva disponibilità di chi controlla il meccanismo globale, rende a mio avviso evidente il fatto che tali finalità riguardano assai più il potere ed il dominio sugli esseri umani che non l’arricchimento o il godimento dei beni del mondo in quanto tali.
    In questo quadro, tutti i rapporti causali mi appaiono nella loro vera natura rovesciati rispetto a come si presentano per i singoli operatori economici. La propaganda, ad esempio, è apparentemente lo strumento per collocare, creando dei bisogni artificiali, i risultati dell’iperproduzione resa possibile dalla tecnologia. Se però si considera che la pubblicità non può veramente avere effetto, se non alla condizione di indirizzarsi ad un uomo già antropologicamente modificato, recettivo a tutte le istanze del consumismo e che solo la creazione di un tale tipo di “uomo”, attraverso l’azione convergente di tutti i messaggi, può costituire una finalità obiettivamente significativa, si capisce, che al di là del fatto che i singoli che li mettono in opera se ne rendano conto, il loro fine ultimo non è il consumo, ma il condizionamento stesso e che la stessa produzione, che all’occorrenza può anche essere distrutta senza vendita per mantenere alto il prezzo, non è che lo strumento per stabilire una tale modalità di relazioni umane.
    Anche il fatto stesso di una produzione che diviene, necessariamente di larga scala, occupando di fatto la pressoché totalità delle materie prime disponibili, è obiettivamente un modo per distruggere sistemi produttivi a misura d’uomo accessibili dai singoli o da piccoli gruppi di persone, relegando questi ultimi al ruolo passivo di “lavoratori”, nel senso moderno.
    Allo stesso modo, la distruzione dell’ambiente, che realizza ipso facto una condizione umana di povertà e di bisogno, lungi dal costituire un costo per il sistema è lo strumento per la creazione di grandi masse di bisognosi o dipendenti dai succedanei di vita che solo l’apparato produttivo può offrire.
    Per questi motivi, dubito fortemente che persino le possibilità di guadagno offerte dalle alternative “ecologiche” di produzione, possano davvero prevalere su questa istanza fondamentalmente distruttiva del sistema che necessita di poveri e di disperati come della sua più importante materia prima.
    Sono invece pienamente d’accordo con Lei quando insiste sul ruolo importante della consapevolezza di ciascuno, perché questa guerra asimmetrica con l’astrattezza diabolica del Sistema si può combattere solo nella concreatezza della vita dei singoli e dei gruppi sociali.

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