La profezia energetica che non abbiamo voluto ascoltare

Oggi, a distanza di quattro anni, la cronaca di marzo 2026 sta tristemente ricalcando, punto per punto, quelle stesse identiche previsioni. Non si tratta di millantare doti divinatorie, bensì dell’inevitabile scontro tra la fredda realtà dei dati energetici e le utopie ideologiche che hanno guidato le classi dirigenti europee.

Il fallimento strategico: l’abbandono del gas russo

Le cronache attuali dipingono un quadro di estrema gravità. L’aggravarsi del conflitto in Iran e la conseguente chiusura de facto dello Stretto di Hormuz hanno rimosso improvvisamente dal mercato globale il 20% del petrolio mondiale e quote insostituibili di Gas Naturale Liquefatto (GNL). I prezzi del gas naturale hanno registrato impennate brutali che superano il 40% in pochi giorni. Tuttavia, addossare l’intera colpa alle improvvise tensioni in Medio Oriente sarebbe intellettualmente disonesto.

Questa “tempesta perfetta” non è figlia della sfortuna, ma di una deliberata e scellerata cecità strategica. L’Unione Europea si trova oggi in una situazione molto precaria perché ha scelto scientemente di recidere l’importazione strutturale di gas russo, senza peraltro aver costruito un’alternativa energetica credibile.

I vertici di Bruxelles hanno assecondato una politica ideologica e autolesionistica, rinunciando ai flussi via tubo da Est per gettarsi a capofitto nella dipendenza dal GNL via mare; l’Unione Europea non ha diversificato i propri rischi, li ha semplicemente spostati su rotte marittime fragili e instabili.

Razionamenti e “allerta” energetica

Le conseguenze di questo suicidio assistito energetico sono sotto gli occhi di tutti. Paesi membri dell’Unione Europea come la Slovenia e la Slovacchia hanno già dovuto cedere il passo a razionamenti fisici sui carburanti per scongiurare l’esaurimento delle scorte strategiche. Nel nostro Paese, l’innalzamento dello stato di allerta da parte del Comitato di Emergenza Gas prelude a scenari che fino a poco tempo fa si ritenevano impossibili: piani di razionamento, riduzione dei consumi forzata e blackout programmati.

La transizione ecologica come moltiplicatore del danno

Nel video di quattro anni fa e nelle pagine del mio libro ponevo un accento critico proprio sulla direzione intrapresa dall’Unione Europea in merito alle politiche green. Non si è mai trattato di negare la necessità di una transizione verso modelli più sostenibili, ma di denunciarne la totale assenza di pragmatismo ingegneristico e strutturale.

Le rigide normative sulle emissioni (come il sistema ETS), lungi dal salvare l’ambiente in un contesto di emergenza bellica ed energetica, stanno agendo da moltiplicatore dei costi, spingendo il comparto industriale verso la delocalizzazione o il fallimento.

Vi invito a guardare questo video e a riflettere su quanto tempo abbiamo perso come Europa inseguendo narrazioni prive di fondamenta.

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