Un primo maggio col divieto di lavorare

La mia intervista di oggi a Marta Moriconi per LoSpecialeGiornale

Il blocco delle attività produttive se da un lato sembra aver contribuito a contenere la diffusione del coronavirus, dall’altro sta mettendo a dura prova la resistenza del sistema Paese. ​Il lockdown costerebbe all’Italia 47 miliardi al mese (il 3,1% del Pil italiano) secondo la stima dello Svimez, che ha anche parlato di “uno shock esogeno senza precedenti per il Nord e per il Sud”. Lo Speciale ha intervistato Ilaria Bifarini,economista e autrice dei libri “Neoliberismo e manipolazione di massa – storia di una bocconiana redenta” e “I Coloni dell’Austerity”, per capire quale prezzo pagherà l’Italia in prospettiva.

L’economia quanto può durare così e chi pagherà le conseguenze più gravi? 

Mi stupisco che il Paese sia ancora in piedi, dimostrando un’inaspettata capacità di resistenza. L’economia reale è ferma, paralizzata; liberi professionisti, commercianti, imprenditori, lavoratori del settore turistico sono bloccati a casa, senza entrate ormai da due mesi e privi di alcun sostegno. Molti lamentano di non aver ricevuto i famosi 600 € e le procedure per ottenere i prestiti per le aziende si sono rivelate molto più complicate e proibitive di quanto annunciato. Se l’Italia sta resistendo è solo grazie al tesoretto di risparmi dei cittadini, che da sempre si contraddistinguono per essere delle previdenti formiche, nonostante la fama di cicale. A fronte di un debito pubblico elevato, il risparmio privato italiano è uno dei più alti al mondo e questo rappresenta una garanzia di solidità per l’economia del Paese. Da tempo si pensa a come aggredire questo risparmio, trasferendolo dal privato al pubblico. L’attuale interminabile lockdown sta riuscendo nella sua distruzione.

Davvero è finito il tempo del globalismo e delle multinazionali o sono le uniche che resisteranno?

Assolutamente no. Durante questo periodo di quarantena a crescere sono stati proprio i profitti delle grandi catene di distribuzione alimentare e dei giganti del web, nonché l’industria farmaceutica, in un momento di attenzione ossessiva per lo stato di salute. A pagare le maggiori conseguenze sono invece le piccole imprese, i commercianti, i ristoratori (molti dei quali non si possono permettere i costosi servizi di delivery), bar, centri estetici e tutto il settore del benessere. Secondo le stime un negozio su tre non riaprirà i battenti. Questa interruzione drastica dell’attività economica, che porta a una crisi sia dal lato della domanda che dell’offerta, provocherà milioni di disoccupati, in un Paese dove già l’occupazione giovanile è molto bassa. La cosa drammatica è che a fronte della scomparsa di determinati lavori non se ne creeranno di nuovi. Il risultato complessivo sarà la morte della classe media, che andrà a ingrossare la fascia di povertà, e un’ulteriore concentrazione di ricchezza in poche mani. Insomma, sarà una società ancora più ineguale.

L’analisi è chiara. Ma la proposta? Oggi quali sarebbero le mosse per uscirne?

Purtroppo i danni arrecati alla nostra economia saranno irreversibili. L’Italia è stato il primo Paese occidentale a chiudere e sembra essere l’ultimo a riaprire. La nostra già fragile economia, che dipende in larga misura dalle PMI e dal turismo, ne risentirà più delle altre, anche a fronte delle modeste misure di sostegno messe in atto. Le imprese non hanno bisogno di prestiti e sospensione delle tasse, ma soldi a fondo perduto e annullamento delle tasse, poiché è stato loro impedito di lavorare per vivere. Nonostante l’alto numero di task force e tecnici messi in campo, la fase 2 è di fatto una prosecuzione della fase 1, non esiste un piano di riapertura chiaro e in economia l’incertezza è un fattore che incide molto negativamente. Per salvare il salvabile occorre procedere a riaperture immediate, differenziate in base alle zone e alla concentrazione dei contagi, prevalentemente in tre regioni del Nord. Ci sono zone d’Italia “Covid free”, al Centro e al Sud, che pagano un prezzo altissimo, con una stagione di turismo mancata che trascina con sé tutto l’indotto.

Un pensiero per i lavoratori, oggi 1 Maggio…

Oggi è la festa dei lavoratori, ma non abbiamo nulla da festeggiare: i cittadini sono stati privati del diritto inviolabile e costituzionalmente sancito al lavoro. Occorre ripristinarlo al più presto, dando fiducia ai cittadini e al loro senso di responsabilità, che hanno saputo dimostrare, mantenendo le dovute precauzioni e rispettando le norme igieniche raccomandate. Salute, economia e diritti democratici sono tre pilastri interdipendenti e non separabili, fondamentali per il benessere collettivo: non si possono sacrificare in nome del primato di uno di essi.

1 commenti On Un primo maggio col divieto di lavorare

  • “Dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva” scriveva Holderlin e quell’Italia che, scrive Ilaria Bifarini, “sta resistendo solo grazie al tesoretto di risparmi dei cittadini, che da sempre si contraddistinguono per essere delle previdenti formiche, nonostante la fama di cicale”, troverà una via di ripresa. Auguriamocelo. A volte una vera crescita, non solo economica, si nasconde dietro l’apparente decrescita, se sapremo valorizzare tutto ciò che abbiamo, come afferma Latouche, opponendo ad una dispendiosa globalizzazione indebitante uno sviluppo più equilibrato del vivere e del produrre, e soprattutto recuperando un keynesismo che finanzi i piccoli nel ritrovare le radici della terra, dell’ambiente e della cultura e non i grandi potentati multinazionali, bancari, finanziari e industriali. Un grazie, sempre, a Ilaria Bifarini.

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