Il padre della propaganda: Edward Bernays.

L’individuo opera le sue scelte mosso da impulsi irrazionali e incontrollati. E’ compito di una minoranza di persone elette guidarlo “come un gregge di pecore va guidato”. Annoverato dall’autorevole rivista americana Life tra i 100 uomini più potenti del XX secolo, acclamato unanimemente come il creatore dell’ingegneria del consenso, Edward Louis Bernays è un nome poco familiare al pubblico europeo. Conosciuto forse a qualche curioso per la sua parentela con il padre della psicoanalisi, dello zio Freud il giovane Louis

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Un’economia nemica dell’uomo

Dell’ideologia neoliberista è stato detto molto, ma in un modo così confuso e impreciso che non è possibile identificarla e perciò farne un nemico da affrontare, come essa fece col comunismo e col keynesismo. La sua essenza è ben concentrata in una frase dell’economista francese del Novecento, Francois Perroux[1]: “Il futuro garantirà la supremazia alla nazione o alle nazioni che imporranno la povertà che genera super profitti e quindi accumulo”. Questa dichiarazione trova piena espressione nei perversi meccanismi sui quali

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Houellebecq economista

La pubblicità mira a suscitare, a provocare, a essere il desiderio. Mette in scena un super-Io terrificante e duro, molto più spietato di qualsiasi legge o costume mai esistiti, che si incolla addosso e ripete senza tregua: “Devi desiderare. Devi essere desiderabile. Devi partecipare alla competizione, alla lotta, alla vita del mondo. Se ti fermi non esisti più”. La pubblicità è il pungolo che spinge i buoi o le pecore, li obbliga ad avanzare. Lampeggia e cambia senza tregua. E’

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Come liberarsi dalla cattura cognitiva del neoliberismo

Spiegare il neoliberismo limitandosi a un’analisi economica delle teorie sottostanti a tale ideologia risulta essere non solo restrittivo, ma anche fuorviante. Per comprendere come un pensiero di matrice economica sia giunto ad assumere le attuali sembianze di una vera teoria del tutto, onnicomprensiva e persuadente come una religione, è necessario avere una conoscenza, almeno basilare, delle leve psicologiche che muovono le masse. Occorre partire dall’opera massima dell’antropologo francese Gustave Le Bon, “Psicologia della folle” (1895), che rivoluzionò l’approccio delle élite

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