Stati Generali e crisi economica: ecco cosa ci aspetta

1 – Buongiorno Ilaria, l’ultima volta che ci siamo sentiti era il 23 marzo, in piena emergenza coronavirus. Sono cambiate un bel po’ di cose. Cosa pensi del Recovery Fund?

Al netto della propaganda e dei toni enfatici con cui è stato annunciato da politici e media, il Recovery Fund al momento non rappresenta nulla di compiuto. Le trattative sono ancora in corso e c’è una forte resistenza da parte dei cosiddetti paesi frugali a che vengano concessi finanziamenti a “fondo perduto” a quegli Stati, come il nostro, che hanno risentito più di altri dei danni economici legati al coronavirus.

Di fatto poi si è parlato di un ammontare di 173 miliardi destinati all’Italia, ma in realtà oltre la metà (92 miliardi) sarebbero prestiti da restituire. Per i restanti 81 si tratta di fondi legati al bilancio europeo e, considerato il contributo dell’Italia, al netto si tratterebbe di una cifra tra i 20 e i 30 miliardi.

Inoltre, sempre che l’accordo venga raggiunto, saranno disponibili dal prossimo anno, mentre la nostra economia ha un bisogno urgente di liquidità, e la loro erogazione verrà scaglionata in un piano pluriennale. Insomma, l’entusiasmo dei media va molto ridimensionato.

Gli Stati generali e il Britannia

2 – Recentemente hai paragonato gli Stati generali a quanto avvenne nel 1992 sul panfilo Britannia. Stiamo per svendere altri pezzi del nostro Paese?

Gli Stati generali sono un consesso a porte chiuse e senza telecamere, contravvenendo a ogni principio di trasparenza e democrazia, intesa come coinvolgimento dell’elettorato. È piuttosto incoerente che, nel perdurare dell’allarme pandemico e dell’esortazione alla popolazione a mantenere il distanziamento sociale, politici, industriali e altri rappresentati sociali si trovino in un tavolo gomito a gomito.

Ma, al di là delle modalità, la loro ragione d’essere sarebbe la decisione su come spendere i soldi del Recovery Fund che, come abbiamo detto, sono pochi e non certi. Dunque, per realizzare i tanti obiettivi e progetti presentati con il piano Colao, che parla di investimenti ma non di fondi, non rimane che la strategia di vendita di beni nazionali, come è già successo in passato.

D’altronde è il principio dell’austerity, caposaldo dell’Unione europea e dell’attuale paradigma economico in generale: dove non si arriva aumentando la tassazione, da noi già alle stelle, e tagliando la spesa pubblica si procede con la privatizzazione e la vendita di asset pubblici.

I soldi del Mes per comprare un vaccino?

3 – Gianluigi Paragone sospetta che i soldi del MES “light” saranno spesi per comprare «un vaccino di cui non si sa nulla». In pratica ci porteremmo la troika a casa per dare soldi a Big Pharma. Ilaria Bifarini, è verosimile?

Il Mes ammonta a 37 miliardi, nulla rispetto alle perdite subite dall’economia reale del Paese e dal suo tessuto produttivo. Questo fondo potrà essere utilizzato unicamente per spese sanitarie legate al Covid19, cercando di recuperare quindi i danni fatti dalla scure dell’austerity sul nostro sistema sanitario, vera causa dell’emergenza e del conseguente disastro legato al coronavirus.

Come sappiamo il panico è nato da una carenza di posti in terapia intensiva, diminuite a seguito dei tagli imposti negli ultimi anni. È il motivo per cui Paesi come la Germania, che ha 6 volte il numero delle nostre terapie intensive, ha potuto gestire la situazione con più lucidità e buonsenso.

Nel mentre si è intervenuto, attraverso anche donazioni private, a sopperire almeno parzialmente a tali mancanze. Di fatto oggi non esiste più tale emergenza e la minaccia del Covid19 sembra che stia rientrando definitivamente. Il Mes invece prevede come condizione di supportare la spesa sanitaria per cure e prevenzione relative al Covid-19.

Un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. È possibile quindi che parte dei fondi venga utilizzato per acquistare il vaccino, anche se non è ancora chiaro nel mondo scientifico quanto si rivelerà efficace e necessario.

Sulle misure adottate dal Governo italiano: “Stato di polizia”

4 – Dall’inizio dell’emergenza hai sempre sostenuto che le misure adottate dal Governo fossero sproporzionate. Lo pensi ancora?

L’Italia si è contraddistinta in questa emergenza sanitaria per aver adottato in modo rigoroso misure coercitive che hanno limitato fortemente i diritti democratici ed economici. Il Paese è stato trasformato in uno Stato di polizia, con le forze dell’ordine che davano la caccia al runner untore e offrendo scene davvero grottesche, come inseguimenti in spiaggia e controlli tramite droni.

Questo clima di odio e terrore ha danneggiato il tessuto sociale in un momento in cui era necessaria mantenere lucidità e ragionevolezza da parte di tutti. I media, attraverso una comunicazione sensazionalistica basata sull’emotività, hanno sovraeccitato gli animi e anziché placare le paure le hanno amplificate.

È stata messa in scena una sorta di dittatura paternalistica supportata dai virologi, presenti ovunque e a tutte le ore in tv, dalle cui labbra pendeva una popolazione in preda al panico. Sarebbe stato preferibile adottare un approccio da democrazia matura, capace di informare e responsabilizzare i propri cittadini e non trattarli come infanti.

“L’economia non poteva che presentare il conto”

5 – Ilaria Bifarini, ci riprenderemo? E quanto tempo dovrà ancora passare?

Purtroppo l’Italia ha avuto la sventura di essere stato il primo paese occidentale a essere colpito dall’epidemia, o almeno a denunciarne i casi.

Ciò ha comportato l’adozione del lockdown prima di altri, l’essere stati considerati dall’opinione pubblica internazionale una sorta di lazzeretto e la scelta da parte del governo, colto comprensibilmente dall’impreparazione di fronte a un virus e una situazione inediti, di un comportamento di esemplare rigore.

L’economia non poteva che presentare il conto. Finito il lunghissimo lockdown, molte imprese e attività commerciali, che per oltre due mesi non hanno registrato entrate ma solo uscite, non hanno retto il colpo e sono rimaste chiuse per sempre. Quelle che hanno riaperto si ritrovano una clientela ridotta e nessuna prospettiva immediata di tornare alla “normalità”.

La ripresa? Previsioni poco rosee

Il nostro Paese più di altri ha un tessuto industriale fatto di PMI, che più di tutte hanno risentito della chiusura forzata, e dipende per il 13% dal turismo, che alimenta un floridissimo indotto.

Proprio ieri è stata diffusa la notizia della perdita di 31 milioni di turisti stranieri, con uno scenario per gli anni a venire piuttosto cupo. Si prevede un ritorno agli standard pre Covid solo nel 2023, sempre che nel mentre non venga annunciata un’altra pandemia o un colpo di coda di quella attuale.

Speriamo di no, ma ad ogni modo tornare ai livelli di benessere precedenti sarà davvero difficile, la perdita stimata per il nostro Pil supera il 10% ed è tra le più alte al mondo. Poi rimane la questione del debito pubblico, che presto tornerà centrale. Insomma, previsioni poco rosee.

6 – Ultima domanda prima di salutarci: hai scaricato l’App Immuni?

Me ne guardo bene, d’altronde sono in molti a sollevare questioni sulla violazione della privacy e sulla reale utilità. La Norvegia ad esempio ha sospeso la propria app di tracciamento.

(Intervista rilasciata a Pietro Martino per Oltre tv)

2 commenti On Stati Generali e crisi economica: ecco cosa ci aspetta

  • “Dunque, per realizzare i tanti obiettivi e progetti presentati con il piano Colao, che parla di investimenti ma non di fondi, non rimane che la strategia di vendita di beni nazionali, come è già successo in passato. D’altronde è il principio dell’austerity, caposaldo dell’Unione europea e dell’attuale paradigma economico in generale: dove non si arriva aumentando la tassazione, da noi già alle stelle, e tagliando la spesa pubblica, si procede con la privatizzazione e la vendita di asset pubblici” (Ilaria Bifarini).
    Grazie sempre, per avvertirci, in questo caso, del pericolo concreto che beni che sono nostri, ossia di tutto il popolo (e non dei pochi che, percependo chissà che cosa in termini di vantaggi o beni sostanziosi, costituiscono fortune personali) siano venduti (o svenduti) a potentati stranieri, come fu già anticipato all’epoca del panfilo Britannia.
    Perchè vendere il nostro patrimonio per ricevere prestiti stranieri vincolati e vincolanti, quando si potrebbe raccogliere risparmio italiano, offrendo titoli di credito a cittadini che sarebbero desiderosi di acquistarli, per ottenere un moderato rendimento ed aiutare nel contempo il proprio Paese? Che chi ci governa abbia paura dei sicari di economie, ossia di agenti, potenti o potentati stranieri, che li costringono a svendere loro (e ai gruppi di interessi o addirittura Paesi cui fanno capo) il meglio di ciò che abbiamo? I sicari di economie sono proprio quelli cui i Paesi dominanti hanno fatto ricorso per fiaccare economie africane che si stavano a poco a poco rafforzando dopo la fuoruscita dal colonialismo. E sono, in particolare, quelli che non hanno esitato ad assassinare chi si opponeva ai disegni dei loro mandanti. Grazie, sempre, a Ilaria Bifarini.

  • Parafrasando una frase di Antonio Socci, potremmo dire che L’ITALIA ERA UNA REPUBBLICA DEMOCRATICA FONDATA SUL LAVORO. LA SOVRANITA’ OGGI APPARTIENE ALLA MERKEL CHE LA ESERCITA COME VUOLE
    Quindi, l’unica scelta razionale che ci rimane è l’uscita dalla UE.

Rispondi a Claudio Cancel Reply

La tua email non sarà pubblicata.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Site Footer