Il falso mito delle riforme strutturali

Uno dei mantra ripetuti ieraticamente dai membri dalle istituzioni economiche che dettano le linee guida dell’economia mondiale, Fondo Monetario in primis, è da sempre quello della necessità di introdurre riforme strutturali. Non esiste un piano di assistenza da esse implementato che non solleciti ad adottare misure che aumentino la produttività e la competitività del lavoro come ricetta per la crescita. Quasi una pozione magica, invocata indifferentemente da tutti gli schieramenti, sia a destra che a sinistra.

Da quando è scoppiata la crisi dell’Eurozona, la Troika insiste su tali riforme, includendole in ogni pacchetto di assistenza finanziaria, ribadendo continuamente ai cittadini dei PIIGS quanto esse siano necessarie per tornare a crescere

Ironia della sorte, è toccato di nuovo al Fondo monetario internazionale dover smentire la validità delle proprie raccomandazioni, nonostante di fatto abbia lasciato inalterati i propri dettami. Nessuno degli effetti attesi sono stati riscontrati in Grecia: le riforme del mercato del lavoro non hanno fatto altro che peggiorare le condizioni dei lavoratori. Come conferma l’Istituto in un suo report (IMF, 2017a), le riforme strutturali non sono riuscite a produrre gli effetti desiderati, in parte per il sopravvenire di difficoltà politiche e di implementazione delle misure, in parte perché il loro potenziale di incrementare la crescita nel breve termine è stato sopravvalutato.

Ancora una volta le istituzioni economiche sovranazionali che decidono le sorti delle economie dei Paesi e dei loro cittadini hanno applicato misure che sia l’evidenza empirica che lo stesso buonsenso (come afferma il già citato H. J. Chang, l’economia sarebbe per gran parte senso comune) reputano inefficaci, o addirittura deleterie, nel corso di una crisi.

Quando, infatti, una riforma strutturale viene introdotta, nei settore a bassa produttività si riscontra una perdita di manodopera. Parallelamente, a beneficiarne saranno i settori ad alta produttività, che così si espanderanno e impiegheranno maggiore offerta di lavoro. Quando però l’economia del Paese che introduce tali riforme si trova a vivere una crisi dal lato della domanda, per cui la domanda aggregata è depressa, le aziende presentano una capacità produttiva già eccedentaria, a fronte di una scarsa domanda di consumo. Accade quindi che la perdita di lavoratori da parte dei settori a bassa produttività non venga compensata da nuove assunzioni per conto dei comparti più produttivi. L’effetto finale si traduce, almeno nel breve periodo, in un aumento della disoccupazione e dunque un peggioramento delle condizioni dei lavoratori.

Le riforme strutturali non rappresentano perciò una soluzione valida per le economie dei Paesi in crisi dell’attuale Area euro.[1] Come ben sintetizza D. Rodrik “l’Eurozona deve affrontare un problema a breve termine, che è più keynesiano in natura, e per il quale i rimedi strutturali a lungo termine sono inefficaci alla meglio e dannosi alla peggio. Troppa attenzione sui problemi strutturali, a scapito delle politiche keynesiane, renderà il lungo periodo irraggiungibile, e quindi irrilevante.”

Se l’obiettivo di incrementare la produttività viene perseguito unicamente con un aumento dell’orario di lavoro e una diminuzione dei salari, l’unico effetto che si verificherà sarà la perdita da parte dei lavoratori dei diritti sociali conquistati duramente nel tempo.

Quella in atto è un’effettiva regressione sociale, che economisti e politici, supportati dalla cassa di risonanza dei media ufficiali, presentano come un adeguamento naturale alle imposizioni economiche. Ancora una volta, è il volere superiore dei mercati e delle inconfutabili leggi della scienza economica a prevalere sul senso comune e sull’obiettivo del benessere collettivo. Si persevera a magnificare la validità di certe riforme come un toccasana infallibile e universale, quando invece esse non solo non bastano per uscire dall’attuale crisi, ma sono addirittura dannose.[2]

Per cercare di venir fuori dalla stato di crisi permanente che stiamo vivendo, nel breve termine bisognerebbe agire in modo esattamente contrario, aumentando le tutele sul lavoro e frenando la continua corsa al ribasso dei prezzi delle merci e del valore dei salari per uscire dalla trappola deflazionistica.

Ilaria Bifarini

(tratto da Inganni Economici. Quello che i bocconiani non vi dicono)

[1] D. Rodrik, La globalizzazione intelligente, Edizioni Laterza, 2015.

[2] P. G. Gawronski, Le riforme strutturali sono depressive, IlFattoquotidiano.it, 21 Novembre 2014.

2 commenti On Il falso mito delle riforme strutturali

  • “Si persevera a magnificare la validità di certe riforme come un toccasana infallibile e universale, quando invece esse non solo non bastano per uscire dall’attuale crisi, ma sono addirittura dannose” (Ilaria Bifarini).
    Auguriamoci solo che questo periodo di rinsavimento keynesiano dei governi, che sembra vogliano impiegare cascate di miliardi come spesa pubblica, sia seguito davvero da politiche espansive e non si tratti di un’altra forma, nuova, degli “inganni economici”, che Ilaria Bifarini ci ha fatto comprendere con il suo libro.

  • La semplificazione burocratica da sola rilancerebbe l’economia. Ma in Italia si farà mai? Dubito. perché abbiamo mentalità e sistema basati sul sospetto e sulla creazione di vincoli meramente formali per liberare gli operatori da eventuali responsabilità. Tanto più che il sistema giudiziario, con la scusa dell’obbligatorietà dell’azione penale, non di rado è cervellotico e capace di bloccare tutto.

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